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Scavia Aurum

 

 

 

 

 

 

 

Due famiglie per un sogno

Un secolo di storia in un solo progetto

 

L'incontro in una fredda giornata di febbraio, portati alla reciproca conoscenza dal caso più incredibile, Maria Elisabetta e Andrea si incontrano, in un bar nella piazza del Duomo di Voghera, cuore dell'Oltrepò Pavese.

Entrambi alla ricerca di qualcosa che ancora li divideva dal raggiungere quel progetto perfetto fatto di eccellenza e qualità che tanto sognavano, la possibilità di creare dal nulla un prodotto che significasse eccellenza e benessere allo stesso tempo.

 

 

Più di cent'anni passati alla costante ricerca della realizzazione della bellezza, qualità così effimera che da sempre affascina gli uomini, proprio perché raggiungerla, anche solo per una volta, può risultare una sfida impossibile. Eccellere è l'obbiettivo che la famiglia Scavia si è prefissata. Nella sua tradizione orafa il bisnonno, la nonna, il padre ed il fratello, hanno primeggiato in quest'arte delicata, creando, con un gesto, linee degne di racchiudere  le gemme più preziose in creazioni d'alta gioielleria. Con la stessa passione Maria Elisabetta abbraccia un mondo talmente distante quanto indissolubilmente unito all'universo della gioielleria, spinta dalla visione di libertà che la terra ha da sempre offerto.

 

 

 

Oltre cent'anni sono passati, da quando il bisnonno Alessandro piantò la prima vite, spinto dall'amore  per la terra, che da sempre è stata della sua famiglia. Tramandati questi gioielli prima al nonno e poi al padre, arrivano ad Andrea e Stefano che ricevono questo dono, con costanza e sacrifici. Un dono talmente prezioso da convincerli che quello sarebbe stato il loro futuro. I due fratelli arricchiscono l'ambiente del vino con la loro esperienza della comunicazione maturata nel mondo dei motori, a due e quattro ruote, in Italia ed all'estero; Andrea sogna anche di tramandare a suo figlio Alessandro questa grande esperienza insieme alla sua terra, ricca come non mai di opportunità..

 

Da questo connubio nasce:

 

 

ScaviaAurum

 

 

 

Uno spettacolare perlage di oro a 24Kt danza nell'universo di questo Chardonnay millesimato e invecchiato 30 mesi. Il metodo classico esalta le sue naturali e delicate note floreali accompagnando il gusto verso una raffinata mineralità.

 

 

 

       

                                                                                                           

 

 

 

 

 

 

Notizie e foto tratte dal sito di:

 

Oltrepò Vini - Cantine Bertelegni

Frazione Gaminara - Rocca Susella (PV)

www.oltrepovini.it

 

 

Storia dell’oro alimentare

Le prime testimonianze dell’oro adibito a uso alimentare risalgono al II millennio a.C. nell’Antico Egitto. L’oro era il colore della pelle degli dei negli affreschi, d’oro erano ornate tombe e sarcofagi dei faraoni e quindi era mangiato perché considerato un cibo sacro che permetteva secondo gli egiziani di ingraziarsi e di avvicinarsi agli dei.

Anche se non è possibile avere un riscontro cronologico esatto si ritiene che fin dai tempi più antichi anche presso le civiltà dell’estremo oriente fosse usanza comune unire cibo ed oro per attirare verso di sé l’attenzione della divinità. La certezza che questa non sia solo una leggenda ma una pratica reale e diffusa ci viene testimoniata qualche secolo dopo da Marco Polo nel suo manoscritto Il Milione. Un’eccezione rispetto alla pratica dell’utilizzo dell’oro come ingrediente alimentare per scopi sacri era rappresentata dal Giappone e dalla sua civiltà. Già nei tempi antichi infatti essi utilizzavano l’oro alimentare nell’accezione in cui lo intendiamo noi oggi, ossia per la decorazione di cibi e bevande: bottiglie di sakè con all’interno fiocchi d’oro e piatti speciali ricoperti di foglia d’oro. Con molto probabilità, questa usanza nacque durante i riti della cerimonia del thè, una delle più antiche tradizione del Paese Nipponico.

In Europa l’oro alimentare giunse nel Medioevo, dove venne utilizzato esclusivamente per la decorazione di pietanze. Nelle corti dei nobili italiani se ne fece un uso così ingente da aver lasciato tracce sui libri dell’epoca. Galeazzo Visconti, nel 1386, in occasione delle nozze della figlia Violante, deliziò i suoi ospiti offrendo loro storioni, carpe, anatre, quaglie, pernici, tutte ricoperte da una sottilissima foglia d’oro. A Venezia nel 1561, in occasione di una festa in onore del principe di Bisignano il pane e le ostriche furono servite ricoperti di foglia oro. Nella stessa città le monache del Convento di Santa Maria Celeste impastavano con oro alimentare i bussolai, biscotti tipici della tradizione veneta. Infine nella Padova cinquecentesca l’oro alimentare era così usato che il consiglio cittadino decise di limitarne l’utilizzo, stabilendo che nei pranzi nuziali non si potessero servire più di due portate condite con foglie del metallo aureo.

Non solo in Italia però l’oro alimentare arricchiva i banchetti delle caste nobiliari. In Inghilterra alla corte di Elisabetta I infatti arance, melograni, datteri, fichi e persino gli acini d’uva erano ricoperti da polvere d’oro. In America, invece, i nativi ne facevano grande uso poiché considerato un mezzo ultraterreno capace di far lievitare le persone.

Anche se la scoperta che l’oro avesse proprietà terapeutiche avvenne qualche secolo dopo, già nel XV secolo gli alchimisti preparavano medicinali utilizzando l’oro alimentare, considerandolo un toccasana per ogni malattia. Nel XVI secolo si diffuse in Europa, ed in particolar modo in Italia, la pratica di mangiare a fine pasto un confetto ricoperto di foglia d’oro, che avrebbe dovuto mettere a riparo da ogni tipo di malattia cardiaca. Nello stesso periodo a Milano, gli speziali aggiungevano dell’oro ai medicinali, con lo scopo di addolcirne il sapore. Da qui nacque il proverbio “indorare la pillola”.

 

Articolo tratto da www.manetti.com